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BREVE E NECESSARIA PREMESSA SULLE ERBE SELVATICHE

Le erbe spontanee: già l’aggettivo predispone bene. Vuol dire che non c’è premeditazione…ovvero coltivazione.

Ma solo semi che cadono, portati dal vento o da un uccello, o caduti vicino alla pianta madre; e terra ricca e generosa pronta ad accoglierli.

Così è il ciclo di ogni pianta che non venga gestita da mano d’uomo, e le erbe spontanee non fanno eccezione.

Fra loro ci sono tutte quelle che chiamiamo erbacce, di fatto ignorando se abbiano proprietà benefiche e quali, o quanto possano essere deliziose a tavola.

IDENTIFICARE UNA SPECIE VEGETALE

Oltre a leggere libri di settore e seguire persone molto esperte, seguo con piacere e da tempo diversi gruppi che si occupano di erbe spontanee. Gruppi interessanti e da cui c’è sempre da imparare, in cui i partecipanti spesso sono mossi da grande curiosità, senza conoscere però alcune delle informazioni di base che potrebbero aiutare nel riconoscimento.

E’ opportuno quindi seguire un paio di indicazioni che possono fare la differenza, qualora davvero si voglia provare ad imparare qualcosa in più o anche solo essere sicuri di aver individuato una specie davvero commestibile e/o officinale.

IDENTIFICARE UNA PIANTA SPONTANEA è come comporre un identikit, come risalire alla carta di identità di una specie: dobbiamo mettere assieme una serie di indizi, di informazioni importanti per ottenere un “volto”  ed un nome ben riconoscibili, che ci porteranno al corretto nome scientifico.

FARE ALMENO DUE O TRE FOTO A FUOCO: una foto col primo piano della foglia (sarebbe bene farne due: una alla parte superiore ed una alla inferiore), una al ramo/stelo intero ed una al portamento complessivo della pianta (erbacea, arbustiva o arborea).

USIAMO BENE I NOSTRI SENSI

 Dal momento che identificare una pianta dalle sole foto è quasi sempre approssimativo, è auspicabile aggiungere alcune caratteristiche che possano aiutare meglio a capire che pianta abbiamo davanti: basta solo spendere qualche minuto per fare conoscenza con la nostra sconosciuta.

E’ infatti importante coinvolgere i sensi per prendere quante più informazioni possibili sulla specie che vogliamo studiare.

La botanica ha infatti bisogno di un buon uso della nostra vista: la disposizione, il colore, la forma e le dimensioni delle foglie possono aiutare (ad es. se le foglie crescono in modo simmetrico una di fronte all’altra rispetto al ramo si dicono opposte, altrimenti alterne; la forma può essere lanceolata, rotonda, aghiforme e via dicendo; le venature presenti sulle pagine hanno direzioni e profondità differenti; se la parte superiore è diversa dalla inferiore ed in che modo; e potremmo andare avanti ancora per molto parlando delle sole foglie), così come tanti altri elementi della pianta tipo fiore, picciolo, radici/rizomi, portamento, ecc ecc.

Anche l’olfatto aggiunge altri indizi fondamentali: annusare la pianta, stropicciando fra le dita qualche foglia e/o fiore per capire se sentiamo un odore pungente, agrumato, dolce o del tutto assente. E’ bene stropicciare fra le dita la pianta e poi portare le dita al naso, senza portare il fiore o la foglia a contatto diretto del nostro organo olfattivo, per evitare il contatto del viso con agenti urticanti e per non inalare direttamente qualcosa di sgradito al nostro organismo.

Per ultimo (dal momento che il gusto potrà eventualmente intervenire solo quando avremo la certezza della commestibilità, e perciò in una fase successiva) interveniamo col tatto: toccare le foglie perché potrebbero essere tomentose (pelose) o glabre (senza peli), ruvide o lisce; col picciolo o senza (la parte stretta e basale che collega la foglia al ramo). Tastare lo stelo per capire che sezione ha (ad esempio alcune piante hanno sezione quadrangolare) e magari anche spezzarlo per avere una maggiore visione dello stesso (se è a sezione tonda, quadrangolare, se l’interno è cavo o pieno, ecc).

L’UTILIZZO DEL NOME SCIENTIFICO

Usare il nome scientifico non è un vezzo o uno sfoggio gratuito di cultura, ma resta di fatto l’unico mezzo per capire in modo chiaro e univoco di quale pianta stiamo parlando, soprattutto se ci si confronta tra persone che non vivono nella stessa città/zona/regione.

Coi nomi volgari, per quanto significativi a livello locale, e nonostante il loro valore all’interno delle nostre millenarie tradizioni, purtroppo spesso ci si ritrova a parlare di piante differenti, pur usando lo stesso nome comune.

I nomi tradizionali vanno sicuramente adoperati, perché parlano delle nostre ricche e preziose radici e tradizioni, ma cerchiamo di fare uno sforzo per farci comprendere da chi non vive vicino a noi e adoperiamo anche il nome scientifico in modo da essere certi di riferirci tutti alla stessa specie.

Questi sono solo alcuni suggerimenti “rudimentali” per iniziare un percorso di riconoscimento.

Risalire al nome della pianta può quindi richiedere un po’ più di impegno di quel che immaginiamo. Con un po’ di pazienza, di tempo, e soprattutto passione e piacere nel farlo, avremo però il nostro erbario (anche solo elettronico) in grado di farci orientare alla ricerca delle nostre erbette.

Insomma ri-conoscere una pianta è un piacevole e ricco viaggio dei sensi in natura, da unire poi ad uno studio sui libri che dia riscontro alle nostre ipotesi, oltre ad un riscontro con persone esperte che possano confermarle definitivamente.

RACCOMANDAZIONI:

Se raccogliamo una pianta che non abbiamo mai adoperato, prima dell’utilizzo accertiamoci sempre di non avere intolleranza o allergia ai suoi componenti.

Dopo la raccolta, specialmente per le erbe raccolte chinandoci a terra, ovvero dove può esserci contaminazione con le deiezioni della fauna selvatica, laviamo tutto per eliminare ogni elemento estraneo, compresi eventuali insetti.

Se le foglie, i fiori o le altre parti presentano alterazioni nel colore, nella forma o sono vittime di parassiti, meglio non raccogliere e cercare altrove un esemplare sano.

Passiamo ora alla parte più operativa, per imparare QUANDO raccogliere, COME essiccare ed utilizzare quanto raccolto. Occorre anche qui dare alcune definizioni che aiutano ad entrare ancora meglio nel favoloso mondo delle piante spontanee.

TEMPO BALSAMICO, CONSERVAZIONE E LAVORAZIONE DELLE “DROGHE”

Per godere delle piante spontanee e dei benefici che queste possono regalarci, è bene tenere a mente alcune informazioni di base.

Iniziamo definendo cos’è una droga vegetale, che ovviamente non ha nulla a che vedere con le più note droghe che spesso sono alla ribalta delle cronache giornalistiche.

Ecco quindi la definizione di droga vegetale: “piante intere, frammentate o tagliate, parti di piante, alghe, funghi, licheni in uno stato NON TRATTATO, generalmente in forma essiccata, ma talvolta fresche” (Cit. MANUALE DELLE PREPARAZIONI ERBORISTICHE – BETTIOL/VINCIERI).

L’essiccazione giusta si ottiene quando la quantità di acqua residua non supera il 10%.

Fatta questa dovuta premessa, quando parliamo di erbe spontanee e dei loro benefici, è bene sapere cos’è il TEMPO BALSAMICO.

I principi attivi presenti nelle piante, infatti, variano durante l’anno e il tempo balsamico è il momento in cui ne è presente una maggiore quantità.

Questo cambia per ogni parte della pianta. Ad esempio, in linea di massima possiamo raccogliere:

FIORI prima della completa fioritura

FRUTTI appena giunti a maturazione

SEMI a maturità piena

FOGLIE a sviluppo completo

CORTECCE a sviluppo completo

RIZOMI E RADICI durante la quiescenza.

In questo modo avremo la certezza che stiamo raccogliendo al momento giusto, per avere la maggiore quantità di benefici che la pianta ci può offrire.

Passiamo ora alla giusta CONSERVAZIONE delle nostre amate erbe.

La componente fondamentale delle piante è l’acqua, come per noi umani del resto.

Questo comporta che, una volta raccolta la pianta ed interrotto il suo ciclo della vita, gli enzimi presenti attivino un processo di scomposizione degli elementi complessi in elementi semplici e si avvii il processo di fermentazione.

Per interrompere questo meccanismo che renderebbe inutilizzabile il nostro raccolto, dobbiamo procedere con l’ESSICCAZIONE.

Si può ottenere attraverso i moderni essiccatori che controllano e mantengono costante la temperatura, anche di pochi gradi, permettendo così di non alterare alcune caratteristiche della pianta.

In assenza di questi, possiamo procedere con quel che abbiamo in casa, tenendo presenti 3 criteri fondamentali per il locale dove essiccheremo, che dovrà essere:

  • ben aerato
  • al buio o quanto meno deve garantire costantemente ombra
  • privo di umidità

Dovremmo poi disporre le parti della pianta su dei graticci o su dei panni assorbenti, avendo cura di girarli periodicamente per ottenere una essiccazione uniforme.

I tempi di E. dipenderanno dalle differenti parti della pianta che intendiamo sottoporre al processo.

Una volta ottenuta la nostra droga secca, possiamo procedere alla LAVORAZIONE, ovvero:

POLVERIZZAZIONE per le parti secche (teme umidità e muffe);

FRANTUMAZIONE per le parti più dure come radici e cortecce;

TRITURAZIONE per fiori, foglie e rizomi.

Una volta lavorata, possiamo procedere con l’ESTRAZIONE dei principi attivi, attraverso alcuni dei metodi più diffusi ed efficaci:

DISTILLAZIONE in corrente di vapore, per ottenere essenze ed acque aromatiche. Le prime hanno una lunga durata e quindi sono anche presenti sul mercato, mentre le seconde, conservandosi solo per pochi giorni, non trovano spazio in commercio e si possono quindi ottenere solo possedendo un distillatore di questo tipo. I contro di questa tipologia di lavorazione dipendono dall’elevato costo di buoni distillatori, da una esatta conoscenza sull’utilizzo di questi, come pure dal costo degli accessori da adoperare a completamento del procedimento di distillazione;

TISANE, cioè decotti, infusi e macerati che agiscono per idrolisi. Anche queste sono soggette ad un rapido deterioramento e vanno quindi consumate preferibilmente fresche o al massimo nel giro di uno o due giorni. Non hanno bisogno di apparecchiature particolari e sono quindi di facile realizzazione per chiunque: occorrono solo acqua e un recipiente per farla bollire;

OLEOLITI che estraggono i principi attraverso la liposolubilità e possono essere utilizzati anche nell’arco di un paio di anni dalla loro produzione, se ben prodotti e conservati. Per la loro realizzazione sono necessari solo un buon olio non trattato (personalmente prediligo un buon EVO casereccio con spremitura a freddo, ma qui ci sono varie scuole di pensiero. Molto buono anche l’olio di mandorle), le parti della pianta scelta, un barattolo di vetro chiaro e una buona dose di pazienza per applicare il giusto procedimento;

TINTURE MADRI che estraggono i principi attraverso l’uso di alcol o miscele di acqua ed alcol. Anche queste permettono di ottenere prodotti che si conserveranno a lungo.

Per il momento è tutto e rimandiamo ad un secondo momento l’approfondimento sui vari metodi di estrazione, partendo dal processo con cui si ottengono dei buoni oleoliti.

14 Comments

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